“Due erano in cammino”

III domenica di Pasqua anno A


Commento: Ci sono due discepoli in cammino su una strada che fa uscire da Gerusalemme, dai luo­ghi dove Dio ha compiuto le sue meraviglie. Conosciamo il nome di un discepolo: si chiama Clèopa, l’altro non sappiamo, perché l’altro posso essere io, tu, la tua famiglia, la tua comunità. C’è chi vede nei due discepoli una coppia di spo­si, alle prese con una impegnativa relazione d’amore, nel difficile contesto sociale di oggi. Si cammina in compagnia del Risorto e la sua vicinanza interroga il nostro quotidiano, la nostra attenzione, il nostro saper scorgere questa presenza. Forse crediamo di conoscere anche noi la sua vicenda e quello che di Lui si è detto e quello che gli è successo, ma a volte anche noi, dopo averlo ascoltato, dopo aver vissuto intimamente la comunione con Lui, camminiamo, una volta fuori dalla chiesa, con dubbi, paure, scontenti di quel che siamo, sconsolati perché non vediamo ne percepiamo speranze nuove. Anche noi facciamo fatica a leggere la sua presenza nella nostra vita.

Le questioni della vita ci affannano, ci dividono proprio come questi due che mentre camminano discutono tra loro. Il litigio è di due che desiderano la stessa cosa, ma anche di due, ugualmente delusi, che si ributtano addosso l’un l’altro il proprio malumore. Il ricordo del Signore non li unisce ancora. Ci ritroviamo a volte stravolti e accecati, dalle preoccupazioni che ci schiacciano, indossiamo il volto triste, e in bocca si hanno solo parole sconsolate. L’ombra di quella croce non ha ancora ri­schiarato la nostra vista. I due camminano con il volto basso; sono totalmente ripiegati su di sé, sulle certezze ter­rene, sulle logiche umane, e non sanno alzare il capo. Hanno paura: della storia, della morte, del senso del­la vita e, forse, anche della verità.

“… Gesù in persona si accostò e camminava con loro …” Il Risorto però, non abbandona i suoi. Si fa prossimo, vicino a tutti e ovunque. Ora segue ciascuno di noi, in qualunque situazione, per farci lo stesso dono, l’incontro di Lui con noi. Ma i due stanno ancora vivendo un bel ricordo, non si accorgono di Gesù, o almeno non lo riconoscono, i loro occhi sono ancora ripiegati sui loro stati d’animo, sulla loro desolazione. Avevano già avuto l’annuncio della Resurrezione, ma era stato dato da alcune donne, anche qualcuno dei discepoli erano andati al sepolcro ma, non lo avevano visto … Si, allora come adesso, questo è il problema! Senza l’esperienza del Risorto, è impossibile la fede! Senza un’intima e personale relazione con il Risorto, è difficile accettare la sua morte la sua sofferenza, il suo amore. In questa intimità il Signore spiega ogni cosa, si fa conoscere in profondità, si apre a te, apre il suo cuore come al colpo di lancia e ne fa scaturire la nostra Salvezza. La sua Parola ci fa aprire gli occhi, la sua presenza nel segno semplice e quotidiano dello spezzare il pane, ce lo fa riconoscere e ci insegna a continuare lo spezzare il pane a nostra volta; ogni volta che spezziamo il nostro pane per condividerlo con i fratelli, Lui è presente e vivo in mezzo a noi. “Resta con noi perché si fa sera …” In altre traduzioni della bibbia si dice “dimora con noi” Se Dio dimora con noi, la notte non cala più sul nostro vivere. Con Lui noi siamo per sempre a casa nostra. Il dimorare di Dio con noi, è una delle espressioni che meglio ci fanno capire il significato dell’Eucaristia. L’Eucaristia è infatti un dimorare in Lui e Lui in noi. Il pane spezzato è la sua dimora in noi e la nostra in Lui. La sposa può dire finalmente: come nel Cantico dei cantici: “la sua sinistra è sotto il mio capo, e la sua destra mi abbraccia”

Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero” Far memoria dell’amore del Signore ci spalanca gli occhi chiusi da sempre. Dal pane spezzato impariamo come dobbiamo amarci. In ogni eucaristia Gesù ci insegna ad amare come Lui ha amato. Il riconoscimento avviene dopo la Parola nel dono del pane. Le due tappe del Vangelo di Luca corrispondono alle due parti della celebrazione eucaristica, con le due mense, quella della Parola e quella del pane. Gesù è il Maestro interiore, la cui Parola, viva ed efficace, risuscita in noi la speranza, la gioia, la tranquillità. Il suo potere è discreto ci lascia liberi, anzi suscita la libertà di desiderare di pregarlo “resta con noi perché si fa buio ..” Ciò che opera in noi lo vediamo con stupore solo dopo. La sua presenza si nasconde in quella Parola che illu­mina e riscalda, in quel pane che dà vigore e affratella, nell’assemblea riunita nel suo nome, nei gesti di carità che fioriscono nel mondo, e nella nostra vita.

 

 

 

 

 

 

 

 

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